DALLE PIETRE DI DAVIDE AI CARRI ARMATI DI GOLIA di Josè Saramago - Operazione Piombo impunito di Edoardo Galeano

Tra il 2009 e il 2011, quando della questione palestinese, non fregava nulla a nessuno, tranne che a pochi illusi e poveri ingenui, tramite Facebook, iniziai a leggere alcuni post-articoli che rimandavano anche a dei blog e canali youtube, di un reporter che scriveva per il Manifesto, per PeaceReporter e anche per altri organi d'informazione vari. 

Iniziai col chiedergli l'amicizia su Facebook e condividere le informazioni che diffondeva come corrispondente da Gaza e poi approfondendo e studiando la questione palestinese, anche attraverso ricerche sugli scrittori che in quegli anni denunciavano, tra le poche voci, la ferocia dello Stato di Israele nei confronti dei palestinesi, come Josè Saramago ed Edoardo Galeano. 

Iniziai a diffondere anche i loro scritti, fino a quando, forse per empatia comune col popolo palestinese, ci scambiammo, col reporter del Manifesto, nella messagistica privata di Facebook, questi articoli e lo stesso sentimento di rabbia e di ingiustizia per lo Stato coloniale terrorista di Israele che rubava la terra, gli ulivi e la dignità ai palestinesi, rabbia e indignazione anche per i soliti idioti sul social,  che denigravano e diffamavano la diffusione di queste informazioni da parte di entrambi. Voglio riproporre e dedicare alla sua memoria e alla sua umanità, due degli scritti che ci scambiammo e commentammo in quegli anni. 

Malgradotutto - 6 ottobre 2025


DALLE PIETRE DI DAVIDE AI CARRI ARMATI DI GOLIA di Josè Saramago21 aprile 2002

Affermano alcune autorità in questioni bibliche che il Primo Libro di Samuele fu scritto all’epoca di Salomone o nel periodo immediatamente successivo, in ogni caso prima della schiavitù di Babilonia. Altri studiosi non meno competenti argomentano che non solo il Primo, ma anche il Secondo Libro di Samuele, furono redatti dopo l’esilio di Babilonia, obbedendo nella loro composizione a quella che è denominata struttura storico-politico-religiosa dello schema deuteronomico, cioè, in successione, l’alleanza di Dio col suo popolo, l’infedeltà del popolo, il castigo di Dio, la supplica del popolo, il perdono di Dio. Se la venerabile scrittura risale al tempo di Salomone, potremo dire che da essa sono passati, fino ad oggi, in cifre tonde, tremila anni. Se il lavoro dei redattori fu realizzato dopo che gli ebrei tornarono dall’esilio, allora dovremo scalare da quel numero circa 500 anni. 

Questa preoccupazione per l’esattezza temporale ha come unico proposito quello di offrire alla comprensione del lettore l’idea che la famosa leggenda biblica del combattimento (che non arrivò a svolgersi) tra il piccolo pastore Davide e il gigante filisteo Golia non viene raccontata nel giusto modo ai bambini perlomeno da 25 o 30 secoli. Nel corso del tempo, le diverse parti interessate nella questione elaborarono, con l’assenso acritico di più di cento generazioni di credenti, tanto ebrei quanto cristiani, un’ingannevole mistificazione sul dislivello di forze che separava dai bestiali quattro metri di altezza di Golia la fragile corporatura del biondo e delicato Davide. Tale dislivello, secondo tutte le apparenze enorme, era compensato, e infine volto a favore dell’israelita, dal fatto che Davide era un ragazzo astuto e Golia uno stupido ammasso di carne, tanto astuto l’uno che prima di andare a confrontarsi con il filisteo raccolse sulla riva di un ruscello che era lì vicino cinque pietre lisce che mise nella sacca, tanto stupido l’altro che non si accorse che Davide veniva armato con una pistola. Non era una pistola, protesteranno indignati gli amanti delle sovrane verità mitiche, ma semplicemente una fionda, una umilissima fionda da pastore, come già ne avevano usate in tempi immemori i servi di Abramo che gli conducevano e sorvegliavano il bestiame. Sì, di fatto non sembrava una pistola, non aveva canna, non aveva calcio, non aveva grilletto, non aveva cartucce, quello che aveva erano due corde fini e resistenti attaccate per le estremità a un piccolo pezzo di cuoio flessibile, nel cavo del quale la mano esperta di Davide collocò la pietra che, a distanza, fu lanciata, veloce e potente come un proiettile, contro la testa di Golia, e lo atterrò, lasciandolo alla mercé del filo della sua stessa spada, già impugnata dall’abile fromboliere. 

Non fu perché era più astuto che l’israelita riuscì a uccidere il filisteo e a dare la vittoria all’esercito del Dio vivente e di Samuele, fu solamente perché portava con sé un’arma a lunga gittata e la seppe maneggiare. La verità storica, modesta e per nulla immaginativa, si accontenta di insegnarci che Golia non ebbe nemmeno la possibilità di mettere le mani su Davide. La verità mitica, emerita fabbricante di fantasie, ci va cullando da 30 secoli con il racconto meraviglioso del trionfo di un piccolo pastore sulla bestialità di un guerriero gigantesco al quale, infine, a nulla poté servire il pesante bronzo dell’elmo, della corazza, dei gambali e dello scudo. 

Da quanto siamo autorizzati a concludere dagli sviluppi di questo edificante episodio, Davide, nelle molte battaglie che fecero di lui il re di Giuda e di Gerusalemme e che estesero il suo potere fino alla riva destra dell’Eufrate, non tornò più a usare la fionda e le pietre. E nemmeno ora le usa. 

In questi ultimi cinquant’anni sono cresciute a tal punto le forze e la taglia di Davide che tra lui e il sovrastante Golia non è più possibile riconoscere alcuna differenza, si può quasi dire, senza insultare l’offuscante chiarezza dei fatti, che si è trasformato in un nuovo Golia. Davide, oggi, è Golia, ma un Golia che ha smesso di caricarsi pesanti e infine inutili armi di bronzo. 

Quel biondo Davide di un tempo sorvola in elicottero i territori palestinesi occupati e spara missili contro bersagli inermi; quel delicato Davide di una volta guida i più potenti carri armati del mondo e schiaccia e distrugge tutto quello che incontra; quel lirico Davide che cantava lodi a Betsabea, incarnato ora nella figura gargantuesca di un criminale di guerra chiamato Ariel Sharon, lancia il “poetico” messaggio che è necessario prima schiacciare i palestinesi per poi negoziare con ciò che resterà di loro. In poche parole, è in questo che consiste, dal 1948, con leggere varianti meramente tattiche, la strategia politica israeliana. Mentalmente intossicati dall’idea messianica di un Grande Israele che realizzi finalmente i sogni espansionistici del sionismo più radicale; contaminati dalla mostruosa e radicata “certezza” che in questo catastrofico e assurdo mondo esista un popolo eletto da Dio e che, pertanto, siano automaticamente giustificate e autorizzate, anche in nome degli orrori passati e delle paure di oggi, tutte le loro azioni, conseguenza di un razzismo ossessivo, psicologicamente e patologicamente esclusivista; educati e addestrati nell’idea che qualunque sofferenza abbiano inflitto, infliggano o infliggeranno agli altri, e in particolare ai palestinesi, sarà sempre molto al di sotto di quelle che hanno patito durante l’Olocausto, gli ebrei scorticano senza fine la loro stessa ferita perché non smetta di sanguinare, per renderla insanabile, e mostrarla al mondo come si trattasse di una bandiera. 

Israele fa sue le terribili parole di Geova nel Deuteronomio: “Mia è la vendetta, e io ripagherò i miei nemici”. Israele vuole che ci sentiamo in colpa, tutti noi, direttamente o indirettamente, per gli orrori dell’Olocausto, Israele vuole che rinunciamo al più elementare giudizio critico e ci trasformiamo in docili echi della sua volontà, Israele vuole che riconosciamo de iure quello che per loro è un esercizio di fatto: l’impunità assoluta. 

Dal punto di vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, dopo essere stato torturato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se quegli ebrei che morirono nei campi di concentramento nazisti, che furono perseguitati per tutta la Storia, che furono trucidati nei pogrom, che marcirono nei ghetti, mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per gli atti infami che i suoi discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il fatto di aver sofferto tanto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire gli altri. 

Le pietre di Davide hanno cambiato mano, ora sono i palestinesi che le lanciano. Golia sta dall’altra parte, armato ed equipaggiato come non lo è mai stato alcun soldato nella storia delle guerre, salvo, chiaramente, l’amico americano.

Ah, sì, le orrende mattanze di civili causate da quelli che vengono chiamati terroristi suicidi... Orrende, sì, senza dubbio, condannabili, sì, senza dubbio. Ma Israele ha ancora molto da imparare se non è capace di comprendere le ragioni che possono portare un essere umano a trasformarsi in una bomba. 

José Saramago “El Pais”, 21 aprile 2002


Operazione Piombo impunito di Edoardo Galeano - 

15 gennaio 2009



Per giustificarsi, il terrorismo di stato fabbrica terroristi: semina odio e raccoglie pretesti. Tutto indica che questa macelleria di Gaza, che secondo gli autori vuole sconfiggere i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Dal 1948 i palestinesi vivono una condanna all’umiliazione perpetua. Senza permesso non possono nemmeno respirare. Hanno perso la loro patria, la loro terra, l’acqua, la libertà, tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i propri governanti. Quando votano chi non devono, vengono castigati. Gaza viene castigata. Si è trasformata in una trappola per topi senza uscita da quando Hamas vinse limpidamente le elezioni nell’anno 2006. Qualcosa di simile era accaduto nel 1932, quando il Partito Comunista aveva trionfato nelle elezioni in Salvador. Inzuppati nel sangue, i salvadoregni espiarono la loro cattiva condotta e da allora vivono sottomessi a dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.

SONO FIGLI dell’impotenza i razzi caserecci che i militanti di Hamas, rinchiusi a Gaza, sparano con mira pasticciona sopra le terre che erano state palestinesi e che l’occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della pazzia suicida, è la madre delle spacconate che negano il diritto all’esistenza di Israele, urla senza alcuna efficacia, mentre una molto efficace guerra di sterminio sta negando, da anni, il diritto all’esistenza della Palestina.

Già non ne resta molta, di Palestina. Passo dopo passo Israele la sta cancellando dalla mappa. I coloni invadono e dietro di loro i soldati modificano la frontiera. I proiettili sacralizzano il furto, in legittima difesa. Non c’è guerra aggressiva che non dica d’essere guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush invase l’Iraq per evitare che l’Iraq invadesse il mondo. In ognuna delle sue guerre difensive Israele ha inghiottito un altro pezzo di Palestina e il pasto continua. Il divorare si giustifica con i titoli di proprietà che la Bibbia ha assegnato, per i duemila anni di persecuzioni che il popolo ebreo ha sofferto e per il panico causato dai palestinesi che hanno davanti.

ISRAELE È IL PAESE che non adempie mai alle raccomandazioni e nemmeno alle risoluzioni delle Nazioni unite, che non si adegua mai alle sentenze dei tribunali internazionali, che si fa beffe delle leggi internazionali ed è anche il solo paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri.

Chi gli ha regalato il diritto di negare tutti i diritti? Da dove viene l’impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza di Gaza? Il governo spagnolo non avrebbe potuto bombardare impunemente il Paese Basco per sconfiggere l’Eta, né il governo britannico avrebbe potuto radere al suolo l’Irlanda per liquidare l’Ira. Forse la tragedia dell’Olocausto comprende una polizza di impunità eterna? O quella luce verde proviene dalla potenza più potente, che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli?

L’ESERCITO ISRAELIANO, il più moderno e sofisticato del mondo, sa chi uccide. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. 

A Gaza, su ogni dieci danni collaterali tre sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello squartamento umano che l’industria militare sta saggiando con successo in questa operazione di pulizia etnica.

E come sempre, è sempre lo stesso: a Gaza, cento a uno. Per ogni cento palestinesi morti, un israeliano. Gente pericolosa, avverte l’altro bombardamento, quello a carico dei mezzi di manipolazione di massa, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale quanto cento vite palestinesi. Questi media ci invitano a credere che sono umanitarie anche le duecento bombe atomiche di Israele e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha annichilito Hiroshima e Nagasaki.

È la cosiddetta comunità internazionale, ma esiste? È qualcosa di più di un club di mercanti, banchieri e guerrieri? È qualcosa di più di un nome d’arte che gli Stati uniti si mettono quando fanno teatro?

Davanti alla tragedia di Gaza l’ipocrisia mondiale brilla una volta di più. Come sempre l’indifferenza, i discorsi inutili, le dichiarazioni vuote, le declamazioni altisonanti, i comportamenti ambigui rendono omaggio alla sacra impunità. Davanti alla tragedia di Gaza i paesi arabi si lavano le mani. Come sempre. E come sempre i paesi europei se le fregano.

LA VECCHIA EUROPA, tanto capace di bellezza e di perversione, sparge una lacrima o due mentre segretamente celebra questo colpo maestro. Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un’abitudine europea, ma da mezzo secolo questo debito storico viene fatto pagare ai palestinesi, che pure sono semiti e non sono mai stati, e non sono, antisemiti. Essi stanno pagando, in sangue contante e sonante, un conto altrui.

(Questo articolo è dedicato ai miei amici ebrei assassinati dalle dittature latinoamericane sostenute da Israele)


Edoardo Galeano 15 gennaio 2009

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