Una cattiva memoria dell’Olocausto
La vertigine d'Israele Sul significato della memoria dell'Olocausto in una realtà in cui Israele e gran parte dell'Occidente, in particolare gli Stati Uniti e la Germania, stanno commettendo o sostenendo un genocidio
Amos Goldberg* - IL MANIFESTO - 9 AGOSTO 2025
In memoria del mio caro amico, lo storico Alon Confino, scomparso il 27 giugno 2024, il cui spirito intellettuale, morale e politico permea ogni riga di questo saggio.
La questione che desidero affrontare – in modo molto parziale e preliminare in questo saggio – è quale sia il significato della memoria dell’Olocausto in una realtà in cui Israele e gran parte dell’Occidente, in particolare gli Stati Uniti e la Germania – Paesi che hanno fatto della memoria dell’Olocausto una componente centrale della loro identità e un imperativo morale per il mondo – stanno commettendo o sostenendo un genocidio.
Nel suo libro del 2012 Foundational Pasts, Alon Confino ha sostenuto che l’Olocausto funge da “passato fondante” per l’Occidente, e forse anche oltre. Con “passato fondante”, Confino intendeva un evento passato divenuto punto di riferimento per giudicare la storia, i valori morali e il comportamento umano in generale. In effetti, dagli anni ’80 e compiutamente dagli anni ’90, l’Olocausto è servito all’Occidente come potente simbolo morale e storico di ciò che l’Occidente sosteneva di rappresentare: la democrazia liberale e i diritti umani.
Gli anni più significativi per il consolidamento, la definizione e soprattutto l’istituzionalizzazione della memoria dell’Olocausto sono stati i due decenni tra il 1985 e il 2005. Risale a questi anni la creazione della maggior parte delle istituzioni e delle opere culturali significative in tale campo. Tra queste vi sono il film di Claude Lanzmann Shoah del 1985; il lancio della rivista Holocaust and Genocide Studies nel 1986; l’apertura dello United States Holocaust Memorial Museum a Washington nel 1993 e, nello stesso anno, l’uscita del film Schindler’s List; l’istituzione della Task Force internazionale per la cooperazione nell’educazione, la memoria e la ricerca sull’Olocausto (ITF) nel 1998, confermata nella Dichiarazione di Stoccolma del 2000 e successivamente diventata International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA); l’inaugurazione del Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa a Berlino nel 2005; l’apertura del nuovo museo Yad Vashem in Israele nello stesso anno. Sempre nel 2005, l’ONU ha dichiarato il 27 gennaio Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto.
La lotta all’antisemitismo serve ora come strumento dei governi per colpire le istituzioni democratiche, mentre scivolano verso l’autoritarismo o verso qualcosa di peggio
Il consolidamento della memoria dell’Olocausto come elemento dominante nell’identità dell’Europa e dell’Occidente è stato un processo molto complesso. Esso è stato legato all’immenso peso traumatico e storico dell’Olocausto per gli ebrei – e in modi diversi per i popoli d’Europa – ma anche a importanti sviluppi successivi come la fine della guerra fredda, l’unificazione della Germania e la fondazione dell’Unione europea.
Tensioni intrinseche nella memoria dell’Olocausto
Fino dall’inizio, e in particolare nel corso degli anni ’90, la memoria dell’Olocausto in Occidente si è caricata di due sentimenti diversi. Il primo è un sentimento che definirei “democratico” o “orientato ai diritti umani”. Questo sentimento era incarnato dallo slogan “Mai più”: memore della “lezione” dell’Olocausto, il mondo si impegnava per difendere i diritti umani, frenare il nazionalismo e rafforzare la democrazia. Il secondo sentimento era l’empatia verso gli ebrei come vittime principali del nazismo e la loro percezione come “l’altro” per eccellenza dell’Europa. Questi due sentimenti hanno infuso la memoria dell’Olocausto – e il campo accademico degli “studi sull’Olocausto” – con la loro energia morale, le hanno dato significato e importanza e hanno mobilitato attivisti impegnati e studiosi di spicco.
Tuttavia, tra questi due sentimenti vi è sempre stata una certa tensione tra questi due sentimenti. Il primo appariva universale, mentre il secondo rimaneva altamente particolare, incentrato sugli ebrei. Così, la memoria dell’Olocausto doveva conciliare queste due prospettive, soprattutto rispetto a Israele. Da una prospettiva “particolarista”, Israele era visto come lo Stato dei sopravvissuti all’Olocausto, meritevole di tutta l’empatia e la comprensione. Era anche considerato la risposta morale definitiva all’antisemitismo europeo, culminato nell’Olocausto. Invece dl punto di vista dei “diritti umani democratici”, con l’aggravarsi dell’occupazione che diede forma a un palese apartheid, e con il riemergere della memoria della Nakba, Israele era visto come uno Stato sempre meno democratico, che violava in modo grave i diritti umani dei palestinesi.
La memoria mainstream non ha generato alcuna critica a Israele, ma anzi ha contribuito attivamente a giustificare il genocidio di Gaza e ha bloccato ogni possibilità di contestarlo
D’altra parte, gli anni ’90 – che come detto videro consolidarsi le istituzioni e le basi concettuali fondanti della memoria “globale” dell’Olocausto – furono anche gli “anni di Oslo”, durante i quali Israele era visto come un paese in cerca di pace, sul punto di risolvere il conflitto con i palestinesi. Pertanto, la contraddizione era ancora tollerabile. Elie Wiesel è un buon esempio di ciò. Da un lato, Wiesel chiedeva con grande urgenza che il mondo prestasse attenzione a tutte le sofferenze umane che richiamavano l’Olocausto, arrivando persino a invocare un intervento politico e talvolta militare per ridurre le ingiustizie nel mondo. E però faceva eccezione per lo Stato di Israele, difendendolo da qualsiasi critica sul trattamento riservato ai palestinesi. Come ha affermato Hussein Ibish, “l’immaginazione morale di Elie Wiesel non ha mai raggiunto la Palestina” e il suo “umanitarismo non conosceva limiti, tranne dove incontrava il suo nazionalismo”.
Le cose sono cambiate negli anni 2000.
L’emergere del discorso postcoloniale
Accanto al discorso dominante sull’Olocausto nei Paesi occidentali, negli anni 2000 ha cominciato a diffondersi nel mondo accademico e nella cultura occidentale un nuovo discorso: il discorso postcoloniale, emerso nel «Sud del mondo» e migrato nelle università americane durante questo periodo. Il discorso postcoloniale ha portato una rivoluzione nel modo in cui parte dell’Occidente vedeva se stesso, la propria cultura e la propria storia, con occhi assai più critici.
Tra il discorso sull’Olocausto e il discorso postcoloniale si sviluppò una tensione irrisolta, principalmente sulle rispettive risorse materiali e simboliche (anche se queste erano intrecciate in complesse memorie “multidirezionali”). E la tensione è sfociata in uno scontro sulla questione palestinese/israeliana. Mentre Israele, in quanto Stato ebraico dei sopravvissuti all’Olocausto, patria delle vittime principali del nazismo e incarnazione degli “altri” dell’Europa, manteneva una sorta di status morale, persino quasi teologico, all’interno del discorso sull’Olocausto, il discorso postcoloniale metteva in evidenza gli aspetti criminali del colonialismo sionista e dello Stato di Israele, legati in particolare al colonialismo di insediamento (“settler colonialism”). Sottolineava che gli ebrei europei, sostenuti dalle grandi potenze – prima la Gran Bretagna, poi gli Stati Uniti – erano arrivati in Palestina e avevano espropriato e sfollato la popolazione palestinese indigena, dal 1948 al 1967 e fino ai giorni nostri. All’interno di questo discorso, Israele non era visto come la soluzione morale al problema dell’antisemitismo e dell’Olocausto, ma piuttosto come un sintomo particolarmente acuto del razzismo omicida e spietato dell’Europa.
È importante notare che la concezione del sionismo come fenomeno imperiale e coloniale aveva già preso forma tra gli intellettuali palestinesi all’inizio del XX secolo, sicuramente a seguito della Dichiarazione Balfour. All’inizio degli anni 2000, soprattutto dopo lo scoppio della seconda Intifada, questa concezione è stata recepita nel mondo accademico americano e poi in quello occidentale in generale, ed è apparsa con forza anche nei forum internazionali a cui partecipava l’Occidente. Una svolta cruciale in questo contesto è stata la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo, tenutasi a Durban, in Sudafrica, nel settembre 2001.
In quella conferenza, tenutasi circa un anno dopo l’inizio della seconda Intifada, Israele, con l’aiuto degli Stati Uniti e di diversi Paesi occidentali, riuscì a bloccare risoluzioni in cui era duramente chiamato in causa come Paese razzista. Tuttavia, in un parallelo e significativo forum internazionale di organizzazioni per i diritti umani tenutosi nell’ambito della conferenza, Israele dovette affrontare critiche senza precedenti e feroci. Nella dichiarazione del forum Israele era condannato come Stato che praticava un criminale apartheid e inserito nel gruppo dei Paesi che agivano in violazione dei diritti umani. Era accusato di pulizia etnica, atti di genocidio, crimini razzisti contro l’umanità e altro ancora, e gli si intimava di consentire il ritorno dei rifugiati palestinesi del 1948, di restituire loro le proprietà sottratte e di risarcirli. Nella dichiarazione, infine, si chiedeva un boicottaggio totale e assoluto di Israele, analogo a quello imposto a suo tempo al Sudafrica dell’apartheid.
Pochi giorni dopo la conferenza vi furono gli attacchi dell’11 settembre, cui il presidente americano George W. Bush reagì dichiarando una guerra globale al terrorismo: eventi che cambiarono il corso della storia.
Il “Discursive Iron Dome” di Israele
In quel periodo riprese grande forza il discorso sull’Olocausto legato al tema dei diritti umani. Ne è un esempio la risoluzione delle Nazioni Unite del 2005 che ha istituito il 27 gennaio come Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto. La risoluzione fu promossa dal Ministero degli Esteri israeliano con un obiettivo chiaro, come avrebbe poi dichiarato esplicitamente Ron Adam, allora membro della delegazione israeliana all’ONU e tra gli artefici dell’iniziativa: offrire un’alternativa alla narrativa palestinese, che era diventata dominante nelle istituzioni dell’ONU.
La risoluzione ha un carattere altamente universale. Menziona gli ebrei solo una volta e non fa alcun riferimento allo Stato di Israele. Al contrario, la parola “diritti” o “diritto” (nel senso di diritti umani) compare nove volte, e il testo fa ampio riferimento agli articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio dello stesso anno. Nonostante che la risoluzione non menzionasse Israele, la delegazione israeliana accetto convintamente la formulazione finale allo scopo di ottenere un ampio sostegno da parte degli Stati membri dell’ONU. Sapeva bene, Israele, che alla fine i dettagli non avrebbero avuto molta importanza. Ciò che sarebbe rimasto impresso nella coscienza globale era che la Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto è automaticamente associata alla tragedia vissuta dagli ebrei e alla nascita dello Stato di Israele, anche se il nesso tra i due eventi non era esplicitamente affermato. E Israele aveva ragione.
Un altro risultato di questo nuovo clima internazionale fu l’iniziativa di Israele e dei Paesi suoi sostenitori rivolta a equiparare le critiche severe a Israele e l’opposizione al sionismo all’antisemitismo, che trovò sbocco nel 2016 nella “definizione operativa di antisemitismo” dell’International Holocaust Remembrance Alliance, adottata da molti Paesi prevalentemente, ma non solo, occidentali. Questa definizione trasformava di fatto il discorso anticoloniale palestinese in un’espressione di antisemitismo. Ad esempio, l’affermazione che Israele è uno Stato razzista – accusa rivolta a molti altri Stati, in particolare a quelli che praticano forme di colonialismo – è considerata antisemita. Lo stesso vale per la negazione del diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico, sebbene la politica ufficiale di Israele sia improntata alla negazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.
Inoltre, secondo questa definizione, “tracciare parallelismi tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista” è considerato antisemitismo, anche se nel discorso politico israeliano i paragoni tra i palestinesi o i loro leader e i nazisti sono da sempre assai comuni. La definizione di antisemitismo dell’IHRA è diventata ciò che il filosofo israeliano Adi Ophir ha definito il “Discursive Iron Dome” di Israele, “scudo narrativo” – come il sistema “Iron Dome” sul piano militare – per proteggere Israele dalle accuse di razzismo e colonialismo contro di Israele”. In questo modo, la memoria dell’Olocausto – così come è stata plasmata e istituzionalizzata da Stati e istituzioni potenti – è diventata un meccanismo per mettere al riparo Israele e il sionismo da critiche radicali, per legittimare l’occupazione e l’apartheid e impedire qualsiasi discussione significativa sulla Nakba. Ha anche ristretto il dibattito su future soluzioni politiche al conflitto israelo-palestinese. La dimensione apparentemente universale della memoria dell’Olocausto è stata progressivamente erosa.
Poi sono arrivati il massacro del 7 ottobre e il genocidio che ne è seguito.
Un “fattore abilitante” per il genocidio
Il massacro e le atrocità che hanno segnato il 7 ottobre (le vittime, la distruzione di comunità, i 250 ostaggi, le violenze sessuali) hanno provocato shock e trauma non solo tra tutti gli israeliani, ma tra molte persone in tutto il mondo. A questo punto, la frattura tra la componente “universale” e quella “particolare-ebraica” della memoria dell’Olocausto è diventata un abisso incolmabile: il sentimento “filo-ebraico”, che si è trasformato in un sostegno incondizionato a Israele e alla sua guerra omicida dopo il 7 ottobre, è stato completamente separato dal sentimento universale dei diritti umani.
La memoria mainstream dell’Olocausto non solo non ha generato alcuna critica nei confronti di Israele, ma ha anche contribuito attivamente a giustificare il genocidio di Gaza e ha bloccato qualsiasi critica efficace nei suoi confronti.
Così, come ha osservato la studiosa dei fenomeni di genocidio Zoé Samudzi, il 7 ottobre è stato percepito da Israele e dall’Occidente come un secondo Olocausto, e Israele – una delle potenze militari più potenti del mondo – è stato ancora una volta rappresentato quale vittima per eccellenza, rifugio degli ebrei impotenti di fronte a una nuova minaccia nazista. L’affermazione ampiamente ripetuta che il 7 ottobre è stato il giorno più sanguinoso per gli ebrei dall’Olocausto – sebbene fattualmente vera – costruisce una falsa analogia, come se esistesse una continuità e un collegamento diretto tra i due eventi.
E poiché la guerra è vista come una guerra contro i nuovi nazisti, e per impedire un secondo Olocausto, l’imperativo un tempo ingenuo (e in qualche modo ipocrita) del «Mai più» un olocausto, diventa un imperativo sadico e crudele del «Di nuovo!» – a causa dell’Olocausto. Il comandamento «Non uccidere» diventa «Uccidi!» – a causa dell’Olocausto.
Il genocidio, la pulizia etnica, la disumanizzazione e il razzismo sono ora giustificati e normalizzati come risposte alla lezione principale che viene dall’Olocausto, in particolare in Israele, Germania e Stati Uniti.
D’altra parte, la lotta contro l’antisemitismo – prima lezione ricavata dall’Olocausto – serve come pretesto per smantellare le critiche efficaci al genocidio e come strumento per i governi per colpire le istituzioni democratiche fondamentali – in primo luogo le università –, mentre scivolano gradualmente o rapidamente verso l’autoritarismo, o forse verso qualcosa di peggio. Gli esempi provenienti dagli Stati Uniti sono noti, ma dinamiche simili si stanno sviluppando anche altrove, in particolare in Germania, dove le autorità reprimono violentemente qualsiasi protesta contro il genocidio in nome della “lotta all’antisemitismo”.
Nel febbraio 2022, l’allora segretario di Stato americano Antony Blinken volle recarsi allo United States Holocaust Memorial Museum di Washington per annunciare che gli Stati Uniti riconoscevano come genocidio l’attacco del Myanmar contro i Rohingya del Rakhine, Stato birmano. Blinken sottolineò di avere scelto il Museo dell’Olocausto per questa dichiarazione perché la memoria dell’Olocausto impone a tutti una responsabilità morale contemporanea. Ricordò anche ricordato il suo legame personale con l’Olocausto, poiché suo patrigno era un sopravvissuto.
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Alon Confino - Roma |
Le dimensioni del genocidio in Myanmar, così come l’entità della distruzione e degli omicidi, sono orribili e devastanti. Ma ciò che sta accadendo a Gaza sembra essere ancora peggiore, e qui le prove del genocidio sono molto più evidenti. Eppure, nessuno può immaginare Blinken – o chiunque altro – presentarsi al Museo dell’Olocausto di Washington per dichiarare, in nome dell’impegno a coltivare la memoria dell’Olocausto, che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Accade il contrario. Quasi tutte le centinaia, forse migliaia, di istituzioni che commemorano l’Olocausto nel mondo hanno taciuto sui crimini commessi a Gaza. Lo stesso ha fatto la maggior parte degli studiosi dell’Olocausto. Alcune istituzioni e alcuni studiosi si sono addirittura schierati esplicitamente con Israele.
Inoltre, il semplice fatto di tracciare un parallelo tra Israele e l’Olocausto, contrariamente a quanto abbiamo appena visto ad esempio nel caso del Myanmar, è considerato antisemita. La posizione dell’American Jewish Committee (AJC) è tipica al riguardo:
«Questi paragoni non sono semplicemente fuorvianti o esagerati… Da un lato, banalizzano le atrocità naziste… Dall’altro, invertono i ruoli storici, dipingendo gli ebrei – vittime di un genocidio senza precedenti – come gli oppressori di oggi… Il risultato è un attacco alla memoria stessa… e, cosa più urgente, l’ascesa dell’antisemitismo…».
Così, la memoria mainstream dell’Olocausto è diventata parte del problema del genocidio invece che parte della sua soluzione. È diventata ciò che gli studiosi chiamano un “fattore abilitante” del genocidio, piuttosto che uno strumento contro di esso che coltivando la sensibilità morale e la consapevolezza politica aiuti a combattere il genocidio e la violenza di massa. Oggi, l’interpretazione politica dominante in Israele e nella maggior parte del mondo occidentale della frase “Mai più” assomiglia più che altro al “Mai più” del rabbino Meir Kahane (padre spirituale razzista di Itamar Ben-Gvir), che era anche il titolo di un suo libro del 1971.
Detto questo, vorrei proporre qualche considerazione prima di concludere. Sebbene sia vero che la maggior parte delle ricerche sull’Olocausto e delle istituzioni nate per coltivarne la memoria tendono a cooperare con il genocidio a Gaza, o almeno a giustificarlo, come ha mostrato Shira Klein il campo degli studi sull’Olocausto, diversamente da quello delle istituzioni che si occupano di trasmettere la memoria dell’Olocausto, è molto frammentato. Diversi studiosi – Raz Segal, Omer Bartov e altri – hanno duramente contestato e stigmatizzato come genocidio le azioni di Israele a Gaza, già nelle fasi iniziali.
Nel gennaio 2024, un gruppo di 56 studiosi israeliani ha inviato una lettera al museo Yad Vashem, massima autorità israeliana in fatto di memoria dell’Olocausto, chiedendo che condannasse le posizioni favorevoli al genocidio contro i palestinesi che si stavano diffondendo in tutta la società israeliana. Yad Vashem ha rifiutato. Così concludevo, con una domanda, un editoriale scritto per il quotidiano israeliano Haaretz: “se Yad Vashem non è nemmeno in grado di condannare espliciti appelli al genocidio, perché esiste?”.
Questa domanda, posta nel gennaio 2024, è dieci volte più urgente e pressante oggi e deve ora essere posta con forza a tutte le istituzioni che si occupano della memoria dell’Olocausto nel mondo.
Nel nostro libro del 2018 The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History [tradotto in italiano: Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma
], Bashir Bashir e io proponiamo un’alternativa: una memoria congiunta palestinese-israeliana, che sostituisca un “binazionalismo egualitario” alla memoria esclusiva dell’Olocausto prevalente in Occidente e in Israele. Credo che questo tipo di memoria, che deve includere una riflessione sull’attuale genocidio a Gaza, sia oggi più essenziale che mai.
Traduzione di Roberto Della Seta.
*Amos Goldberg è professore di Storia dell’Olocausto all’Università Ebraica di Gerusalemme.
Questo saggio è stato pubblicato in inglese il 30 luglio 2025 sulla piattaforma di informazione indipendente zeteo. Una versione più estesa è stata pubblicata in ebraico sul sito di notizie israeliano Local Call (Sikha Mekomit).
IL MANIFESTO - 9 AGOSTO 2025
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